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Nome: Carlo Gambescia
Località: Roma, RM, Italy

Il "metapolitics" nell'URL è frutto di una mia convinzione: i fenomeni sociali, economici, culturali vanno studiati al di là di quello che può essere l'uso strumentale, che ne fa la politica "attiva". Da studioso di sociologia, credo che esistano costanti sociali, che vanno al di là del discrimine tra destra e sinistra.Del resto esistono, come insegnano i padri della disciplina, dei "fatti sociali" puri: fenomeni sociali che si ripetono nel tempo e che vanno studiati in quanto tali, al di là di qualsiasi giudizio politico (come nel caso delle dicotomie amico-nemico, comunità-società, conflitto-cooperazione). Purtroppo, senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica". Di qui l'importanza (o presunzione sconfinata...)anche di un Blog modesto come il mio che si propone di offrire, giorno dopo giorno, qualche elemento di riflessione "metapolitica", cercando di ricondurre il "particolare" (quel che accade) all'"universale" (le costanti sociali). Riuscirò nell'impresa? Saranno i lettori a giudicare... Comunque sia, ringrazio fin d'ora tutti coloro che interverranno, e anche... coloro che non interverranno.

giovedì, luglio 24, 2008

Il libro della settimana: Nicola Vacca, Frecce e pugnali, Edizioni il Foglio, Piombino (LI) 2008, pp. 84, euro 10,00 – www.ilfoglioletterario.it – il foglio@infol.it

“Dove sono finite le parole che affondano come pugnali dritti nelle coscienze?” (p. 17), si chiede Nicola Vacca, critico letterario, scrittore e poeta in uno degli aforismi di questa sua densa raccolta intitolata appunto Frecce e pugnali (Foglio, Piombino (LI) 2008, pp. 84, euro 10,00 http://www.ilfoglioletterario.it/ – il foglio@infol.it ).
Ecco, dove sono andate a finire? Crediamo, tutte o quasi, in questo libro. Frecce e pugnali è una specie di corpo a corpo intellettuale, ma al tempo stesso carnale, con gli uomini e con Dio. E noi in questa recensione, pur ricordando che il libro è ricco di critiche al progressivo decadere di una “civiltà delle anime”, ci occuperemo in particolare del "duello" di Nicola Vacca con Dio.
Una lotta all’ultimo sangue, che non può non lasciare il segno nel lettore appassionato e in cerca di passaggi segreti, spesso angusti e scivolosi, verso l’Assoluto.
Perché, particolare non secondario, Nicola Vacca, pur battagliando con Dio, dalla prima all’ultima pagina, come nota tra le righe, anche Giordano Bruno Guerri nella sua solforosa introduzione, usa la maiuscola: Dio. E non per ragioni grammaticali…
Perché diciamo questo? Per la semplicissima ragione che riteniamo Frecce e pugnali, non un libro cioraniano, come in apparenza un lettore poco avvertito potrebbe credere. Ma un testo scritto da un “creatore di idee”, come lo definisce Guerri. Un poeta dell’anima che va oltre il pur raffinato nichilismo di Emil Cioran. Per farla breve: Cioran non interroga Dio, Vacca sì. Cioran, non si preoccupa del silenzio di Dio, Vacca sì. Cioran tace, Vacca geme e urla contro Dio.
Nelle quattro sezioni del libro: Alfabeto della Crudeltà ; La perfezione del male; Allegria del terrore; Dio lo scettico, la presenza del Dio dei cristiani è fitta fitta: “Dio gioca ai dadi con l’universo. Peccato che sia un pessimo giocatore” (p. 11); Però: “Siamo praticamente morti, ma paradossalmente qualcuno ci tiene in vita” (p. 13). Ancora: “Dio tradisce se stesso. Così nasce il male” (p. 15). Di più: “Dio non ascolta le nostre preghiere. Allora perché devo temere il suo giudizio universale” (p. 17). Ma a suo modo, Vacca, sembra, paradossalmente, ringraziarlo: “Non sono mai venuto in possesso del dono della fede, grazie a Dio” (p. 25). Per poi tornare a colpire: “Dio non parla perché è consapevole di non aver mantenuto nessuna delle sue promesse di felicità” (p. 28); Duro: “Il dolore è l’errore fatale di Dio” ( p. 29).
Ma ecco, un piccolo cedimento: “Dio è cattivo perché soltanto lui sa del dolore, della sofferenza, del male che si accaniscono” (p. 44). Per poi cadere addirittura nel blasfemo: “Dio nasconde sempre il suo volto agli uomini. Forse perché ha lo stesso aspetto del suo nemico Satana” (p. 45); o per approdare al rifiuto stesso del bene e del male cristianamente concepiti: “La morte di Dio e dei demoni. Non dovremmo pretendere altro per vivere meglio” (p. 53). Dal momento che “L’infelicità del credente nasce dall’attendere invano un intervento di Dio nelle azione umane” (p. 76); Tuttavia “Dio e lo scettico due pianeti che non si incontrano. Forse per questo hanno molte cose da raccontarsi” (p. 78). Perché in realtà “siamo disperatamente alla caccia di un Dio di cui non si riesce a sentire la voce. Dietro il suo silenzio non si nasconde il Nulla, ma una raffinata crudeltà” (p. 79).
Ecco, per tornare al parallelo con Cioran, Vacca sfida Dio, Cioran lo ignora. Il Dio dei cristiani, che non è il cattivo Demiurgo gnostico evocato da Cioran, c’è.
Ora, il vero punto della questione è se il corpo a corpo avrà un vinto e un vincitore. Difficile dire. Ma, comunque sia, sarebbe bello, deposti le frecce e i pugnali, vederli dialogare insieme, Nicola e Dio. In questo Mondo, s’intende. Chissà, forse già in un prossimo libro.

mercoledì, luglio 23, 2008

Il fascino della bandiera. dagli indigeni del Pacifico a Bossi

Secondo certa vulgata chi profana, magari bruciandola, una bandiera nazionale, o al contrario la esibisce troppo, fino a sacralizzarla, peccherebbe di tribalismo. Un’accusa terribile. Che oggi ha quasi lo stesso peso che aveva un’imputazione di eresia per il chierico medievale. Infatti per l’intellettuale politicamente corretto, “il Progredito Uomo Occidentale” sarebbe tale proprio perché, sfoga “civilmente” la sua “fame” di simboli, solo acquistando abiti griffati.
Quel che però è preoccupante è che ogni comportamento che si discosti da questa impostazione etnocentrica, venga poi regolarmente demonizzato: dagli striscioni e vessilli esibiti dai tifosi di calcio alle bandiere fatte orgogliosamente sventolare, per opposte ragioni, da pacifisti e fondamentalisti islamici.
Il punto è che un fenomeno sociale, così ampio e profondo, come il simbolismo della bandiera - ma anche quello legato al valore simbolico dell “inno nazionale” per riagganciarci alle polemiche di questi ultimi giorni provocate da Bossi - non lo si spiega degradandolo a una specie di anello di congiunzione tra la scimmia e l’uomo, di cui è disdicevole parlare. E da relegare nel museo della preistoria umana.
Al contrario, un evento come ad esempio la diffusione delle bandiere della pace, in bella mostra su molte finestre, indica un fatto importante. Che nel “civile” Occidente, il presunto bisogno tribale di identificazione tra causa e bandiera è ancora piuttosto forte. E che paradossalmente gli stessi “civili” pacifisti, come li definiscono i media, che marciano sotto i vessilli arcobaleno, spesso se la prendono, tribalmente, bruciandola, con la bandiera degli Stati Uniti…
Come spiegare allora la persistenza di certi simbolismi? Per Pareto e Durkheim - due distinti signori che si sono inventati dal nulla la sociologia moderna - bandiera e rituali connessi, non sono fenomeni “tribali”, ma rinviano a un fondo animistico, ancora presente e attivo nell’uomo. Un “basso continuo” che non è primitivo, antico o moderno. Ma che consiste nell’ innata capacità umana di considerare tutte le cose animate da spiriti vitali. E di ritenere il principio o i principi che le incarnano come una specie di forza superiore.
Detta così la cosa può apparire complicata. Ma facciamo un esempio. Tra gli indigeni del Pacifico, come tra i cittadini statunitensi, un drappo di stoffa in cima a un bastone, indica psicologicamente lo stesso fenomeno: per i primi, è un simbolo per celebrare il compimento delle operazioni di piantagione di tuberi commestibili in una area sacra e di proprietà collettiva; per i secondi è un simbolo per celebrare, ad esempio il Quattro Luglio, il compimento di un processo di indipendenza nazionale, che ha come oggetto un’area altrettanto sacra e di proprietà collettiva: la nazione. Per i due popoli ogni offesa alla “bandiera” è un’offesa a quel che c’è di più sacro e inviolabile: un territorio condiviso, che incarna collettivamente - ecco il fondo animistico - un principio superiore di unità e solidarietà, dotato di una forza propria, rappresentata appunto dalla bandiera. Va da sé che sia gli indigeni del Pacifico che gli americani puniscono chiunque profani la “bandiera”,e ovviamente seguendo modalità differenti.
Ma la profanazione rappresenta il rovescio della medaglia: la consacrazione della propria bandiera non esclude, anzi spesso implica la profanazione di quella altrui. Sacralità e profanazione vanno di pari passo (solo quel che è ritenuto sacro può essere profanato, e non sempre c’è accordo sul valore dei rispettivi “principi superiori”…) . Come nel caso di certi pacifisti, che pur battendosi per abolire ogni atto di guerra, finiscono per bruciare le bandiere altrui: un gesto simbolico decisamente contrario all’etica pacifista. Ma inevitabile. Dal momento che la sacralizzazione di una causa con una bandiera, implica automaticamente anche il rischio “antropologico” della profanazione.
Per fortuna, non tutti i pacifisti e i popoli si comportano così. Ma la persistenza di certi comportamenti “profondi”, si pensi al gestaccio di Bossi contro l'inno d'Italia, spiega quanto sia difficile trasformare culturalmente l’uomo. Insomma, non è facile per nessuno, “progredito” o meno, rinunciare a levare in alto la propria bandiera, e qualche volta “abbassare quella dell’altro.
Il che paradossalmente, visto che vale per tutti, da Bossi agli indigeni del Pacifico, potrebbe renderci più tolleranti. O no?

martedì, luglio 22, 2008

Fascismo? Basta la parola? No

Come è difficile in politica mettersi d’accordo sul significato di certi termini storici. Secondo Bossi sarebbe “arrivato il momento, fratelli, di farla finita" con lo Stato“fascista”, naturalmente italiano…(http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/giustizia-8/bossi-pd/bossi-pd.html) . Per altri invece, soprattutto nella sinistra radicale, ad essere fascista, sarebbe l’attuale governo di centrodestra…
Che confusione. Diciamo allora, per aiutare l'onesta comprensione della verità, che il governo Berlusconi, sta mostrando un preoccupante atteggiamento autoritario (si pensi solo alla questione delle impronte ai bambini Rom). Mentre Bossi critica, a torto o ragione, il cosiddetto centralismo dello Stato italiano, che tutto sommato, ancora oggi resiste.
Ora, autoritarismo e centralismo posso essere ricondotti nell’alveo del fascismo italiano, quello mussoliniano, per essere chiari? Sì e no.
Sì, perché nel fascismo storico vi erano componenti autoritarie e centralistiche. Che in certo senso rappresentavano un legato del nazionalismo italiano e, ancora prima, della concezione accentratrice dello stato della Destra Storica (1861-1876).
No, perché il fascismo rinviava a un’ideologia gerarchica, imperialista, bellicista, dittatoriale , e secondo alcuni studiosi, addirittura totalitaria, visto che era fondato sulle ragioni ideologicamente invasive del partito unico (la dottrina del fascismo, il corporativismo, l'inquadramento di tutte le organizzazioni, eccetera).
E dal punto di vista logico quel che è vero e falso al tempo stesso, appartiene alla categoria dell' indeterminato. Il che significa che sia Bossi che i suoi avversari di sinistra assegnano al fascismo caratteristiche così annacquate, fino al punto di trasformarlo concettualmente, in una specie di otre vuoto all’interno del quale si può versare il vino poco sincero dell’invettiva puramente ideologica. Dove tutte - e si sottolinea tutte - le forme di centralismo e autoritarismo diventano seduta stante “fascismo”. Il che non è serio. E soprattutto pericoloso. Per quale ragione?
Perché implica la trasformazione dell’avversario politico in nemico assoluto, dal momento che l’accusa di fascismo muta, come in un rito di degradazione simbolica, colui che la riceve in una specie di pedofilo politico. Un “verme” che si può solo schiacciare. E qui si pensi soltanto alla valenza simbolica, ma anche agli effetti pratici (bombardamenti a tappeto, eccetera) dell’accusa di “islamofascismo” molto in voga oggi, purtroppo, tra i neocons americani e italiani.
Pertanto un modesto consiglio a coloro che nell'Italia di oggi continuano a farne largo e improprio uso: è giusto criticare, anche duramente Berlusconi e Bossi, ma è assolutamente sbagliato e pericoloso scagliare loro contro l’accusa di fascismo. Perché si rischia di creare una spirale d’odio politico dalle conseguenze imprevedibili. E crediamo che il compito degli intellettuali, a prescindere dalle scelte politiche individuali, debba essere quello di far ragionare le persone comuni. E non di usare le parole come pietre.
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P.S.
Ovviamente, le solite aquile della blogosfera, dopo aver letto questo post, ci accuseranno subito di berlusconismo e leghismo... C'est la vie, noi siamo solo poveri passerotti... E di questi tempi per essere linkati si deve parlare sempre e solo male di Berlusconi, Bossi e compagnia cantante.

lunedì, luglio 21, 2008

Il caso di Eluana Englaro. Qualche riflessione

Eluana Englaro, la ragazza di Lecco in coma da sedici anni dopo un incidente stradale, “adesso può morire”: i medici potranno staccare il sondino che la tiene in vita…
Scarne e involute le spiegazioni dei giudici della Corte d’appello civile di Milano. I quali sentenziano di “decisione inevitabile…vista la straordinaria durata dello stato vegetativo permanente e l’altrettanto straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà e la sua visione della vita”. Più comprensibile, perché frutto di vero dolore, la prima reazione del padre, Beppino Englaro: “Ora la libereremo”. Meno altre sue dichiarazioni: “Non è eutanasia ma una scelta di libertà”; “Oggi ha vinto lo Stato di diritto”.
Due riflessioni.In primo luogo, la nostra società nega e nasconde la morte. Ai bambini si spiega che i nonni spariscono tra i fiori. I malati terminali spesso muoiono, isolati dal mondo, in apposite strutture ospedaliere. Mentre anzianità e la vecchiaia, ancora nell’Ottocento, erano vissute come graduale preparazione alla morte, oggi sono negate in nome, se ci si passa il sociologhese, di un ridicolo “giovanilismo eternista”. Perciò ora l’uomo è impreparato ad affrontare, come si diceva un tempo, una “una buona morte”, quale naturale conclusione della vita, o comunque, come passaggio a un’altra vita. Il che del resto è scontato, piaccia o meno, in una società, come questa, che nega l’Aldilà. E dove, di conseguenza, morire significa sparire e perdere le “dolcezze” consumistiche della vita: se il “paradiso” è in questo mondo, la morte non può non essere vissuta come un’ingiustizia ( e negata, o quanto meno scacciata )... Ecco però, che di colpo, Eluana Englaro - come già Piergiorgio Welby - con il suo corpo dolente, richiama tutti alla nuda realtà della morte.In secondo luogo, la nostra società è profondamente segnata dall’individualismo. Ma da un individualismo di tipo particolare, da alcuni definito “assistito” o “protetto” Nel senso che i diritti individuali devono essere ( e sono) garantiti da strutture pubbliche: dal potere sociale. L’individuo è libero di decidere ma all’interno di un “percorso” istituzionale e societario obbligato. Che in certo senso, finisce per condizionare, spesso pesantemente, la decisione del singolo. Si pensi alla tutela del diritto al lavoro, alla salute e all’istruzione, affidata per legge ai controlli di occhiute e impersonali burocrazie. Si può perciò parlare di diritti individuali “vincolati” al riconoscimento di un potere sociale o pubblico, talvolta inefficiente, che si manifesta e concretizza attraverso leggi, giudici, regolamenti e funzionari.
Pertanto che significato può assumere, dinanzi “burocrazie” di cui sopra, parlare di una “scelta di libertà”, come fa appunto il padre di Eluana? Il quale, in buona sostanza, rivendica, davanti a una società che si illude di essere libera, il diritto individuale alla dolce morte.Quali conclusioni? La miscela tra rifiuto della morte e individualismo assistito, potrà condurre, prima o poi, solo a qualche cattiva legge, approvata magari in fretta, che riconoscerà a burocrazie legali e mediche l’ultima parola sulla vita di uomini e donne. Si pensi, ad esempio, alle difficoltà insite nella strutturazione stessa di protocolli medici “sicuri” in materia. Oppure al rischio di “routinizzazione” dell’ iter di accertamento medico-legale dei requisti per aver “diritto” alla “morte assistita” o “protetta” . Ma, allora, che fare? Difficile dire. Purtroppo, la sola scelta, è quella tra l’attuale divieto di darsi da soli una morte liberatoria e l’approvazione di una legge che deleghi a notai, giudici e medici un potere di vita e di morte sugli individui.Molti penseranno meglio una cattiva legge che nulla… Certo, ma può essere definito libero un individuo la cui sorte ultima rischia di dipendere dal potere sociale o pubblico?

venerdì, luglio 18, 2008

Le (dis)avventure di un povero lettore di “Famiglia Cristiana”
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Innanzitutto una sincera ammissione: non siamo lettori abituali di Famiglia Cristiana. Ma ci è bastato dare una scorsa agli ultimi tre numeri di luglio, acquistati per leggere Il cavallo rosso, capolavoro di Eugenio Corti, in distribuzione con la rivista, per capire lo stato confusionale in cui versa certa buona (?) stampa cattolica.
Non desideriamo infierire. E ci limitiamo a ricordare nell’ultimo numero, quello del 20 luglio, l’ampio servizio, con commenti ed interviste, dedicato alla tragedia di Federica Squarise, uccisa mentre era in vacanza con un amica a Lloret del Mar, una specie “divertimentificio”, all’insegna di balli e sballi, sulla Costa Brava.
Il tono generale dell’inchiesta è quello dei “consigli per gli acquisti”: giovani andate ma usate alcune precauzioni di ordine sanitario (nel senso della profilassi medica da seguire prima di partire) e alberghiero (nel senso che il low cost “a volte non paga”). Punto.
Ora, a noi non piacciono certi tromboni cattolici: quelli che pontificano sulla crisi dei valori, anche a proposito delle file alla posta, eccetera. Ma ci infastidiscono pure quei cattolici progressisti (?) che pretendono di combattere la “cultura dello sballo” consigliando di “girare in compagnia”, o di evitare “di dar retta a persone sconosciute, proprio come ci diceva sempre la mamma”. Oppure di chiedere, una volta sul posto, al tour operator o al personale alberghiero “a quali zone e strutture del posto bisogna prestare maggiore attenzione, e quali sono invece da evitare”…
A dirla tutta: per leggere queste cose non c’è bisogno di comprare Famiglia Cristiana . Dal momento che sono luoghi comuni da "turismo sicuro". Insomma perché acquistare un settimanale dichiaratamente cattolico, per poi sentirsi ripetere le stesse cose che si possono leggere sull’ Espresso o Panorama ? Dov’è la differenza?
Sempre che questa rivista non ritenga sufficiente per “mettersi in regola” con i valori cristiani, rieditare Eugenio Corti, acuto critico di quel cinismo dei corpi e delle menti che impregna il mondo in cui è avvenuta la tragedia di Federica. Ma Il cavallo rosso è un libro di 1200 pagine. Un romanzo storico dove si discute magistralmente di Provvidenza, Male e Libertà umana. E chi può farcela, in questa società del mordi e fuggi, a leggerle tutte? Di certo non le ragazze della stessa età di Federica.

giovedì, luglio 17, 2008

Lo scaffale delle riviste: “Letteratura - Tradizione”, n. 42, Primo Semestre 2008, speciale per gli ottant’anni di Giano Accame.


“Benvenuto nel quarto Ventennio!” , così l’anglista e studioso di Ezra Pound, Luca Gallesi presenta questo “speciale” di “Letteratura – Tradizione, da lui curato, per gli ottant’anni di Giano Accame, giornalista, storico e scrittore, molto conosciuto e apprezzato, a destra come a sinistra.
Ma lasciamo la parola a Gallesi:
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“Questo speciale contraddice il pessimismo poundiano: amici lontani geograficamente e anagraficamente si sono idealmente raccolti per rendere omaggio a un brillante e generoso protagonista della cultura italiana del dopoguerra che quest’anno compie quattro volte vent’anni. Intelligenza scomoda del Novecento, socialista tricolore e attento studioso di quel fascismo ‘immenso e rosso’ che si è invano opposto alla spietata dittatura del denaro, Giano Accame ha guidato con successo il mondo della cultura di ‘destra’ lontano dallo sterile reducismo, conducendolo allo studio e alla comprensione dei più significativi protagonisti della cultura europea: da Pound a Schmitt, da Evola a Marinetti, da Michels a Céline, da Blasetti a Pirandello a tutti gli altri proscritti, che hanno in realtà caratterizzato profondamente il pensiero del Ventesimo Secolo dalla letteratura al cinema, dalla politica all’economia, dalla filosofia al teatro, dalla giurisprudenza alle arti figurative. Della sua bibliografia trattano diffusamente molti degli autorevoli contributi che sono stati qui raccolti, che sono stati divisi in tre sezioni, una di tributo accademico scientifico, Omaggio , una parte idealmente autobiografica, Testimonianze, seguita dalla sezione Universale, opera di studiosi esteri che abbiamo voluto mantenere nella lingua originale. ‘Il Paradiso d’un uomo/è la su buona natura’ ricorda ancora Pound nel Canto XCIII e di questo paradiso nei godono tutti i suoi amici”.
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Lo “speciale” ospita scritti di Massimo Bacigalupo, Claudio Bonvecchio, Luigi G. de Anna, Simone Paliaga, Giuseppe Parlato, Caterina Ricciardi, Mario Bernardi Guardi, Giuliano Borghi, Mary de Rachewiltz, Gianfranco de Turris, Giorgio Galli, Carlo Gambescia, Luciano Garibaldi, Sandro Giovannini, Mario La Floresta, Sergio Pessot, Luca Leonello Rimbotti, Marcello Staglieno, Piero Vassallo, Marcello Veneziani, Ernesto Zucconi, Alain de Benoist, Tim Redman, Demetres P. Tryphonopoulos.
Lo speciale si arresta a pagina 54. Dopo di che “Letteratura – Tradizione”, nelle rimanenti duecento pagine (circa), offre il fittissimo fuoco di fila delle sue intriganti rubriche, divise in sezioni, tra le quali vanno segnalate, senza per questo far torto alle altre: “Il movimento delle idee” a cura di Stefano Vaj; “Fondazione Evola" a cura di Gianfranco de Turris; "Pagine del modernismo", a cura di Caterina Ricciardi; “Simbolica della politica”, a cura di Claudio Bonvecchio; “Poesia”, a cura di Miro Renzaglia.
Fra i numerosi e interessanti contributi ricordiamo in particolare il solforoso articolo di Antonio Pennacchi ( Poesia, metrica e preghiera. Appunti sul decasillabo manzoniano, pp. 89-92), dove al di là del titolo piuttosto tecnico, non si parla solo di Manzoni, come appunto è costume del geniale scrittore "pontino"… Nonché l'avvincente articolo-saggio sul nichilismo del filosofo e storico delle idee Giovanni Sessa, ( Sul nichilismo: prospettive dal e oltre il nulla ,pp. 161-177), ricchissimo di vedute originali, spunti e indicazioni bibliografiche. Notevole infine l’ottima messa a punto di Marco Rossi, storico e scrittore (Alcuni problemi fondamentali di storia dell’esoterismo, pp. 218-221), dove si evidenzia l’importanza di studiare questo fenomeno sotto l’aspetto scientifico. E ci permettiamo di aggiungere, da sociologi, anche sotto il profilo di una teoria dell’azione sociale, come dinamica di gruppi portatori di una visione a metà strada tra il sapere tradizionale e la razionalità di scopo tipica di ogni gruppo organizzato.
Il fascicolo si chiude con la “Sezione artistica” curata Gian Ruggero Manzoni, dedita alla scoperta di ammaglianti “sollecitazioni visive”, e dunque ricchissima di disegni e illustrazioni, anche a tutta pagina e a colori. In questo numero Gian Ruggero Manzoni si occupa di Acciaio su legno: l’attacco e la difesa nelle opere di Anna Baraldi (pp. 227-232); Carlo Alberto Consani di Architettura e natura (pp. 233-238); Sandro Giovannini di Istallazioni creative (pp. 239-241).
“Letteratura - Tradizione” , diretta dal poeta, scrittore e, come dire, vero artista a tutto tondo, Sandro Giovannini, può essere richiesta ai seguenti indirizzi: Heliopolis Edizioni, Viale della Vittoria 231, 61100 Pesaro (PU) - info@heliosedizioni.comsandrogiovannini@aliceposta.it . Il costo di un abbonamento annuo (due fascicoli di circa 250 pagine) è di 50 euro. E non per fare pubblicità, ma la rivista di Sandro Giovannini li vale tutti.

mercoledì, luglio 16, 2008

Che cos’è l’inflazione? Qualche riflessione sociologica

Che cos’è l’inflazione? E soprattutto da un punto di vista sociologico? Cerchiamo di capirlo insieme.
Come un terremoto l’inflazione apre voragini sociali, inghiotte classi e ceti, distrugge patrimoni, stati, imperi. Nella Roma vincitrice di Cartagine elevò i Cavalieri, prestatori di denaro, e iniziò a erodere le laute rendite del patriziato. Nel tardo Impero, il problema di pagare le truppe, attraverso successive riduzioni del contenuto metallico delle monete, rovinò i Cavalieri, ormai “imborghesitisi” e il notabilato provinciale, oppresso da tasse elevate e dalla caduta del potere d’acquisto. Nel XVI secolo l’afflusso di metalli preziosi dall’America distrusse l’economia spagnola: l’oro facile svuotò le campagne e le casse imperiali, disabituò al lavoro un intero popolo, che quando il flusso si interruppe, credeva ancora di poter vivere di rendita. All’inizio del XIX secolo l’inflazione provocata dalle guerre napoleoniche divorò quel che rimaneva delle rendite terriere aristocratiche e favorì l’ascesa di una rapace borghesia degli affari. La guerra civile americana, e l’inflazione che ne seguì (dovuta al cambio delle moneta imposto dal Nord vittorioso), cancellò le aristocrazie sudiste.
Ovviamente alle inflazioni si accompagnano le deflazioni: fasi di brusca diminuzione dei prezzi. Che essendo in gran parte causate anche da un senso di scoraggiamento generale verso il futuro rischiano di sfociare in periodi di stasi economica e poi in sommosse, rivoluzioni e persino guerre, come negli anni Trenta del Novecento.
Va però ricordato, che con l’avvento del capitalismo consumistico post-1945 (dal credito facile), l’alternanza tra inflazione e deflazione si è interrotta o comunque si è fatta più episodica, almeno fino alla seconda metà degli anni Ottanta. Periodo in cui si è affacciata una nuova spirale inflazionistica con successive, pur lievi, cadute deflazionistiche.
Attualmente i prezzi, soprattutto a far tempo dal passaggio "obbligato" all’Euro, sono in crescita. Niente che per il momento riporti ai fenomeni storici di cui sopra, ma sicuramente è in atto, come dire, un sommovimento sociologico, composto di tante piccole scosse, avvisaglie o sintomi appena percettibili. Ma il terremoto, il maledetto terremoto sociale, che ogni inflazione porta con sé, è purtroppo nell’aria. Di qui l’ attuale atteggiamento restrittivo della BCE. A dire il vero poco responsabile, perché i suoi dirigenti ignorano, o fingono di ignorare (per favorire servilmente il dollaro e l'economia americana), i bassi tassi di sviluppo europei (si pensi ai recenti cali di produttività...). Anche a rischio di soffocare la ripresa economica europea, a causa del crescente costo del denaro.
Ma torniamo alle avvisaglie.
Il primo sintomo è la sfiducia delle classi medie a reddito fisso verso la crescita del proprio potere d’acquisto: operai specializzati, dipendenti pubblici, quadri intermedi, statali e privati. Purtroppo, come già si scriveva nel Cinquecento, il primo segno di inflazione è rappresentato dalla sensazione che intorno a noi tutto aumenti. Una specie di sintomo dell’assedio, avvertito psicologicamente da chi non abbia altre entrate, come un pensionato pubblico ( monoreddito, come si dice...) . Dopo di che, per contagio sociale, la sensazione di diffonde, provocando ulteriori aumenti dei prezzi, e preparando la successiva deflazione ( che sarà tanto più dura quanto più elevato il tasso di inflazione).
Un secondo sintomo è il consumismo euforico che distingue lo stile di vita delle classi a reddito variabile: imprenditori, professionisti, industriali, grandi distributori, operatori del “lusso” e della finanza. I quali assecondano l’ascesa dei prezzi, e vivono come tutte le classi sedute su un vulcano acceso, molto al di sopra dei mezzi disponibili, convinte e fiere della giustezza del loro stile di vita, ma ignare che la successiva deflazione può sancirne la sparizione.
Il terzo sintomo è l’incapacità dei governi.
In primo luogo, come mostra la vicenda dell’Euro (il cui cambio troppo elevato ha penalizzato monete debole come la Lira), si registra una sudditanza totale nei riguardi dell’economia, come accadeva nella Spagna del Cinquecento. Se i re spagnoli erano nelle mani di voraci prestatori di denaro, i governi di oggi sono prigionieri di banchieri ed economisti (con alcune eccezioni..,) al servizio dei poteri forti. In secondo luogo, molti governi mostrano di non voler o saper affrontare adeguatamente i problemi di coloro che hanno redditi saltuari o non ne hanno affatto: una massa di poveri (disoccupati, pensionati sociali, immigrati, eccetera) destinata perciò a crescere e, purtroppo ad assorbire i nuovi poveri (i ceti medi declassati da una più che probabile ripresa della spirale inflazione-deflazione).
Classi medie in difficoltà, ceti ricchi irresponsabili, governi imbelli, povertà crescente. I sintomi ci sono tutti, come del resto mostrano le statistiche sociali. La terra potrebbe perciò iniziare a tremare di nuovo e sul serio.